giovedì

Eiaculazione precoce

a cura di Enrico de Sanctis


L’eiaculazione è l’emissione di sperma in corrispondenza dell’orgasmo maschile. 
La letteratura scientifica valuta la precocità dell'eiaculazione in base alla velocità dei tempi dell’emissione spermatica o al numero di movimenti coitali. Più la velocità dei tempi è alta - dai 2 minuti in giù - più la precocità dell’eiaculazione è ritenuta significativa; più il numero dei movimenti è basso - sotto i 20 - più la precocità dell’eiaculazione è ritenuta significativa.
Inoltre, ci sono diverse forme di eiaculazione precoce, ad esempio prima o durante la penetrazione, permanente o episodica, con insorgenza fin dall’inizio della propria attività sessuale o successiva, le cui definizioni si possono facilmente trovare sui principali manuali di sessuologia e andrologia.

In questa sede scelgo di porre l’attenzione su un aspetto importante, che mi sembra troppo frequentemente sottovalutato. Una volta stabilito che non ci siano malattie che interferiscono sull’eiaculazione, modificando la velocità abitudinaria dei tempi di emissione spermatica, è fondamentale fare una valutazione che tenga conto di una complessità di elementi.

Ne vorrei mettere in luce quattro:

L’eiaculazione precoce, la punta di un iceberg
Il modo in cui si fa sesso è legato a tanti fattori, che spesso non sono considerati: nell'esperienza sessuale il modo in cui valutiamo noi stessi ad esempio conta, così come conta il modo in cui ci relazioniamo con l'altro. 
Potremmo ad esempio dire, semplificando, che una persona che ha un forte pudore ed è introversa, per certi versi si comporterà in un modo probabilmente coerente anche sessualmente; allo stesso tempo, una persona più disinibita, o anche desiderosa di contatto ad esempio, avrà un comportamento coerente, che in linea generale è differente da quello della persona introversa. 
Potremmo anche spingerci un po’ più in là e dire, ad esempio, che una persona che vive un senso di preoccupazione nel contatto con l’altro, potrebbe avvicinarsi con un vissuto di ansia che inevitabilmente ha degli effetti sul suo comportamento, magari anche su quello sessuale. Tra i più svariati effetti, tra cui ad esempio una disfunzione erettile o impotenza, si potrebbe verificare anche una precocità nell’eiaculazione. Per esempio, una persona potrebbe sentire la necessità di concludere rapidamente quel contatto, perché è fonte di stress.
Questo esempio è senz’altro riduttivo, il mio obiettivo è soltanto quello di darvi una lettura introduttiva affinché possiate avvicinarvi ad altri punti di vista che secondo me sono fondamentali, perché ci indicano che l’eiaculazione precoce è solo la punta di un iceberg, che interessa la persona nella sua complessità, non soltanto sessualmente. E quindi il senso dell’eiaculazione precoce dev’essere compreso all'interno delle caratteristiche più profonde della personalità del soggetto.

Diagnosi superficiali per l’eiaculazione precoce 
Quando si utilizzano categorie cliniche, come quella di eiaculazione precoce, è fondamentale che vengano usate per comprendere il senso di quello che accade alla persona. Spesso, purtroppo, vengono utilizzate in modo improprio, con una prescrizione troppo superficiale di esami e terapie di vario tipo. Secondo quanto detto nel punto precedente, bisogna fare molta attenzione a rispondere con una terapia mirata a tardare l’eiaculazione, se il problema è invece legato a una complessità di emozioni e vissuti che riguardano la persona.

Il ruolo del tempo nell'eiaculazione
È doveroso che ognuno di noi si ponga delle domande. Penso soprattutto a quei professionisti che utilizzano le categorie diagnostiche in modo affrettato, un po' scontato, senza farsi alcun interrogativo. Parliamo di eiaculazione precoce, quindi è opportuno, è indispensabile che ci chiediamo ad esempio: chi stabilisce la velocità dell’emissione dello sperma dell’orgasmo maschile? L’eiaculazione è precoce o i tempi di raggiungimento dell’orgasmo possono essere differenti tra i partner? La definizione di malattia per la velocità di emissione dello sperma è legittima? A proposito di quest’ultima domanda, si parla frequentemente di ipersensibilità del glande. Anche in questo caso: chi stabilisce il giusto grado di sensibilità del glande? 
Credo che soltanto aprendoci alle domande potremmo trovare quelle vie che possono indicarci la strada giusta a cui non avevamo ancora pensato.

Il sesso non è controllo
La tecnica principale frequentemente utilizzata per l’eiaculazione precoce è quella del controllo volontario sull’eiaculazione stessa. Credo che bisognerebbe essere molto cauti nella diagnosi e nell’effettuazione di questa tecnica molto popolare, perché il problema potrebbe essere proprio l’eccesso di controllo, non il contrario. D’altronde la massima essenza del rapporto sessuale è quando si vive un’esperienza di fusionalità e abbandono, in cui il controllo si perde completamente. 

Dott. Enrico de Sanctis
psicologo-psicoterapeuta
Via Amico da Venafro 14, 00176 Roma
Tel. 06 94363046

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mercoledì

Ipocondria

a cura di Enrico de Sanctis

Generalmente l'ipocondria è considerata una malattia immaginaria. Al di là delle classificazioni manualistiche che si possono trovare su internet in abbondanza, per la mia esperienza la definizione di ipocondria include in linea di massima due casi principali: 
  1. la persona è preoccupata per la propria salute e si insospettisce ad ogni minimo malessere fisico, interpretandolo in modo catastrofico. Gli esami clinici non rilevano disturbi fisici e per questo motivo il medico propone un consulto psicoterapeutico.
  2. la persona è spaventata di contrarre malattie ed evita di esporsi in situazioni che ritiene potenzialmente pericolose per sé.
Penso che sia molto importante dare ascolto ai propri sintomi e alle proprie paure, questa è una regola generale che è sempre necessario ricordare.
Anche quando ci viene detto che siamo esagerati, come la definizione stessa di ipocondria come malattia immaginaria suggerisce.
Non è per niente utile, infatti, sviluppare un senso di inadeguatezza o colpa nella persona sofferente di ipocondria. Non ha alcun valore dire alla persona che non è capace di gestire i propri disturbi, che non ha nessun disturbo, oppure ancora che non deve avere paura di contrarre malattie. 
Anche se siamo in buona fede, con l'obiettivo di rassicurare la persona, prenderemmo una strada priva di senso e controproducente.

Senz'altro dare ascolto ai propri sintomi e alle proprie paure non vuol dire fare esami clinici all'infinito, mantenere uno stato d'ansia permanente e un'attenzione continua al proprio corpo senza che ci sia un cambiamento. Cosa fare quindi?
Nel caso dell'ipocondria, in particolar modo, è utile riflettere su diversi elementi. Bisogna ricordare che ogni situazione va compresa singolarmente e che ci sono molti dettagli e sfumature che è necessario prendere in considerazione, con un approfondimento clinico e una consultazione psicologica.

Tuttavia in questo articolo, scelgo di sottolineare un aspetto che ritengo fondamentale dell'ipocondria e che voglio condividere con il lettore.
Nel caso delle persone che sono continuamente preoccupate di un loro sintomo fisico, certamente dopo aver fatto gli esami medici che scongiurano qualsivoglia disturbo di seria rilevanza, potrebbe essere utile porsi due domande:
  1. Come mai il sintomo è localizzato in un punto del corpo in particolare? E se il sintomo non è pervasivo, quando si acuisce, in che circostanza?
  2. L'attenzione così pregnante e selettiva sul sintomo del corpo è un modo per distogliere l'attenzione da vissuti problematici di tipo psicologico che ci angoscerebbero ancora di più? Sarebbe cioè l'ipocondria un modo di localizzare nel corpo un dolore psichico, che è così grande, che ci farebbe troppo male accettare? Sarebbe cioè questo un tentativo di risolvere tramite la medicina un problema di cui invece dobbiamo farci carico noi?
Anche nel caso delle persone che hanno una costante paura di ammalarsi, potremmo chiederci la stessa cosa: la paura è un'emozione che protegge da un reale pericolo o rischio di contrarre una malattia oppure la malattia consente di localizzare in sé la propria paura, che invece riguarda vissuti psicologici di altro tipo?

Anche se, come dicevo, ogni storia è a sé, proviamo a fare un esempio: una persona sente che intorno a sé nessuno la comprende, si sente particolarmente criticata, mai amata. A causa delle sue esperienze negative con gli altri, nel corso del tempo, ha imparato a mantenere le distanze da loro e non si abbandona mai a un rapporto di fiducia e di amore. Sviluppa un senso di diffidenza. 
Non riuscendo a fare i conti con questo malessere, la persona può cercare un modo per distogliere l'attenzione da questo dolore profondo, da questo senso di mancanza drammatico. La persona ha la necessità di trovare dei rimedi che leniscano questa sofferenza, anche se non sono realmente efficaci. In genere le soluzioni possono essere quelle di riempire quel vuoto, con l'illusione di avere un po' d'amore. 
Tanto per fare un esempio, elementi lenitivi, sostitutivi e riempitivi, potrebbero essere: il cibo deprivato del suo valore di nutrimento e gusto, il lavoro continuativo per non pensare, il sesso meccanico deprivato del suo valore relazionale ed emotivo, i soldi come riscatto di un immagine di sé altrimenti impoverita e priva di valore, 
l'uso di droghe e alcol come aspetto centrale e necessario quando si esce con gli amici ad esempio.
E come con questi elementi, anche con l'ipocondria la persona sta trovando il suo rimedio: sposta sul corpo e sulla malattia fisica un dolore che non riesce a tollerare né ad affrontare. Concentra tutta la sua attenzione sul corpo in modo da lenire il proprio dolore psichico e fingere di curarlo, anche se questo non può avvenire mai. In realtà si protegge da una verità intollerabile, angosciosa e terribilmente frustrante. E non si accorge che, non affrontandola, non potrà mai cambiare.

La persona, infatti, mantiene un suo equilibrio: non fa i conti con il dolore della mancanza, continua a evitare gli altri perché sarebbero fonte di dolore e come sempre la tradirebbero, convoglia la sua attenzione in cose apparentemente più gestibili, riempiendo così il suo senso di vuoto. In questo modo si protegge dal dolore, ma allo stesso tempo non avrà mai accesso alla possibilità di sviluppare un senso di fiducia in sé e negli altri, magari in qualcuno di speciale. Non avrà modo di trasformare la sua diffidenza.

Il rischio dell'ipocondria è proprio la stabilità del suo equilibrio, che pur proteggendo la persona, impedisce un cambiamento e nega all'individuo la possibilità di darsi una nuova occasione di vita per sé, insieme agli altri.

Dott. Enrico de Sanctis
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domenica

Ipnosi e psicoanalisi

a cura di Enrico de Sanctis

L'ipnosi è una tecnica antica, utilizzata in modo sistematico alla fine dell'Ottocento dai padri fondatori della psicoanalisi.
Con la nascita della psicoanalisi nei primi del Novecento è stata abbandonata per alcuni decenni, finché la comunità scientifica americana negli anni Quaranta, con Milton Erickson capostipite, la riprese studiandola approfonditamente e applicandola di nuovo in ambito clinico.

Tecnica senz'altro affascinante, al punto da catturare l'attenzione dei media e di tanti guru che la penalizzano con derive spettacolaristiche – in particolar modo legate alla regressione e all'esplorazione  di vite precedenti –, l'ipnosi oggi recupera una sua identità, con una validità e una sua funzione interessanti.

Ritengo fondamentale che l'ipnosi sia appannaggio dello psicoterapeuta con una lunga formazione ed una significativa esperienza, in grado cioè di gestirla non soltanto sotto un punto di vista tecnicistico, ma all'interno della relazione terapeutica con il paziente, tenendo presente la sua storia e la complessità dei suoi vissuti.

Punto cardine dell'ipnosi è lo stato di trance. Si suppone che in questo speciale stato di coscienza, che non sono la veglia né il sonno, la persona abbia accesso a una dimensione di creatività, in cui si trovano le sue risorse. L'obiettivo è recuperarle affinché il paziente, soggettivamente e liberamente, se ne serva per riuscire a vivere nel modo più giusto per sé.

Non è del tutto corretto dire che la trance viene indotta dallo psicoterapeuta. Intanto perché la trance non è indotta, ma è una condizione naturale di tutti noi, che la possiamo vivere durante la giornata in forme più e meno profonde. Inoltre, non è lo psicoterapeuta che induce questo stato, ma è la persona, tramite l'aiuto del professionista, a rintracciarlo e a viverlo. 
In alcuni casi è semplice riconoscere e vivere il proprio stato di trance, in altri è difficile, alcune volte impossibile. Quest'ultima condizione è molto preziosa da considerare, perché significa che la persona ha una caratteristica naturale, che potremmo anche dire primaria, che è del tutto inibita. Andrà quindi rievocato quello stato speciale di coscienza, in un certo senso opportunamente ricostruito, affinché la persona possa poi servirsene.

A seguito di una rigorosa formazione in psicoterapia analitica, ho voluto approfondire l'ipnosi per diversi ragioni.
Mi interessava conoscere di più gli stati di coscienza - come la veglia, il sonno e lo stato di trance -, la specializzazione di ognuno di essi e la loro relazione con le emozioni. Ero curioso di studiare gli aspetti neurobiologici della coscienza, dove hanno sede la razionalità e la parola, dove si localizza il vissuto emotivo della persona e dove si sviluppa la sua creatività.
Inoltre mi interessava approfondire l'inibizione di questi stati, in relazione alle esperienze negative della vita, e quale fosse il loro contributo nello sviluppo comportamentale e nelle reazioni dell'essere umano.

Strada facendo, negli anni, mi sono accorto dell'importanza di tenere in considerazione l'esperienza naturale della trance come stato speciale di coscienza della persona, avendo poi l'occasione di riconoscerlo durante la psicoterapia analitica stessa.

A volte si sostiene che la psicoterapia, soprattutto analitica, sia fondata sulla parola. A mio modo di vedere, questo è del tutto sbagliato. 
Potremmo dire che una psicoterapia analitica ben condotta funziona quando si sviluppa una connessione emotiva tra paziente e terapeuta. Potremmo dire che funziona quando il paziente sperimenta i propri vissuti, al di là della parola, vivendoli ed esprimendoli nella particolare relazione con il terapeuta. Contemporaneamente, nel tempo, il paziente diventerà capace di gestire i suoi vissuti emotivi anche attraverso la parola, la riflessione, la progettualità.

Il paziente non deve utilizzare la parola deprivata del suo vissuto emotivo. Se questo avviene e non viene tenuto in attenta considerazione, questa non è una psicoterapia analitica. La parola dev'essere al servizio del paziente e delle sue emozioni, non viceversa.

Dott. Enrico de Sanctis
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sabato

Attacco di panico

a cura di Enrico de Sanctis

Gli attacchi di panico sono considerati brevi episodi di forte stress emotivo e di intensa angoscia, che si manifestano attraverso sintomi fisiologici (es. senso di soffocamento, vertigini, sudorazione eccessiva, tachicardia) e sensazioni psicologiche di pericolo e morte. In ambito psicopatologico il nome tecnico è Disturbo di Panico, un tempo identificato come Disturbo da Attacchi di Panico o DAP.

Generalmente l’atteggiamento più spontaneo di una persona, che vive questa manifestazione del corpo così allarmante, è quello di trovare dei rimedi pratici il più velocemente possibile (metodi per rilassarsi, farmaci ecc.), che possano attenuare o interrompere l’attacco di panico. Questo senz’altro è comprensibile, desiderare cioè che questa forma di malessere sia interrotta o evitata. La cosa più importante, però, sarebbe affrontarla e superarla, per quanto questo implichi impegno e tempo.
Questi rimedi, in effetti, per quanto utili al momento, non consentono alla persona la sicurezza che l’attacco di panico non verrà né forniscono un modo, che è invece indispensabile dal mio punto di vista, per poter gestire con le proprie forze situazioni di difficoltà che possono generare un attacco di panico. Un modo per sentirsi padroni di sé e del proprio corpo.

A questo proposito mi piace comunicarvi alcune idee, che sono degli spunti interessanti a mio modo di vedere, proprio per poter superare l’attacco di panico. Il modo è quello di comprendere il suo significato e gestire una complessità di vissuti che lo generano. Anche se non è semplice né immediato come un rimedio all’occorrenza, avremo però nel tempo una risorsa fondamentale, che non dipende da un fattore esterno, ma da noi stessi.
L’idea principale, su cui credo importante soffermarci, è la correlazione tra l'attacco di panico e i vissuti legati alla separazione, alla perdita, al senso di mancanza.

In termini fisiologici, ci è utile fare un riferimento al primo e inevitabile attacco di panico che avviene durante la nascita, che è dovuto all'atto di separazione funzionale all'adattamento alla vita extrauterina. Senza entrare in dettagli troppo tecnici, il neonato, che non ha mai respirato prima di quel momento, si trova ora senza risorse e senza la modalità di vita precedente, in cui non doveva fare nulla per sopravvivere. Il neonato così entra in uno stato talmente traumatico (es. tachicardia, spasmi toracici, reale sensazione di morte), a partire dal quale sarà possibile ricevere l'impulso per respirare, cosa che noi percepiamo tramite il suo grido disperato - e forse in parte anche vittorioso e liberatorio! - spesso confuso con il pianto. L'atto della nascita, quindi, è la prima esperienza fisiologica di panico, che nessuno di noi può evitare: segna l'ingresso alla vita extrauterina, a partire dal quale l'essere umano inizia il suo lungo cammino verso l'autonomia.

In termini psicologici, si può vivere questo stato fortemente ansioso in relazione a un vissuto abbandonico o a eventi particolarmente stressanti, evocativi di quel vissuto. Questo tema implica l'apertura a molteplici e complessi punti di vista legati alle teorie della mente, che in questo momento scelgo di non approfondire. Ci tengo soltanto a sottolineare la relazione tra l'ansia di separazione, il rifiuto da parte dell'altro e la sfiducia che la persona ha di sé. 

Ognuno di noi, infatti, può separarsi davvero e sentirsi autonomo soltanto se ha avuto una buona relazione alle spalle, che ha favorito lo sviluppo di una positiva immagine di sé e delle risorse necessarie per muoversi nel mondo. Il bambino, così divenuto adulto, sa che la relazione con gli altri può essere buona e ricca di potenzialità, e si avventura nel mondo con un senso di fiducia e creatività, capace di affrontare le difficoltà e i limiti.
Il termine ansia di separazione vuole indicare quelle situazioni in cui la persona sente, invece, di non riuscire a farcela da solo, come se vivesse un senso di smarrimento e di angoscia per l'assenza dell'altro. La persona non sa cosa è meglio per sé, non sente di avere uno spazio nel mondo che è spesso poco ospitale ed estraneo. La persona sembra non riuscire a liberarsi di questi vissuti e può restare con la speranza illusoria che un giorno le cose cambieranno e quel mondo tanto desiderato potrà diventare una realtà d'amore. In alcuni casi si rileva come la persona si sente colpevole di essere inadeguata e coltiva l'idea che, solo se cambierà secondo il desiderio degli altri, essi non saranno più ostili.

Mi piace concludere con un riferimento a un pensiero psicoanalitico classico, rivisitato secondo i più recenti studi psicoanalitici e neuroscientifici, secondo cui si può ipotizzare, come già accennavamo, che l'attacco di panico potrebbe essere non soltanto un cattivo segno. 

Se pensiamo al neonato, infatti, possiamo accorgerci con evidenza che è solo grazie all'attacco di panico che il piccolo umano riuscirà a sopravvivere. Perciò, se da una parte l'attacco di panico mostra tutto il dolore e la paura che una persona vive, dall'altra potrebbe essere il tentativo di emergere da una condizione di malessere e, potremmo dire, di nascere esattamente come fa il neonato, anche se nel caso dell'adulto si tratterebbe di una  rinascita. In assenza del vissuto di panico, così come il neonato morirebbe, allo stesso modo potremmo dire che l'adulto resterebbe nel suo mondo di privazioni e continuerebbe a lasciarsi vivere in una condizione di morte esistenziale. L'attacco di panico, perciò, porta con sé un senso di disperazione, impotenza e paura, ma anche un tentativo di trovare la via autentica di espressione di sé.

Dott. Enrico de Sanctis
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martedì

La depressione creativa

a cura di Enrico de Sanctis

Spesso sentiamo parlare di depressione come di uno stato d'animo di tristezza, di disinteresse per la vita, di impotenza e rassegnazione. Questo malessere può condizionare la vita di ognuno di noi, che possiamo vivere un senso di scoraggiamento che compromette la nostra vita. Possiamo sentire di non essere sufficientemente amati, possiamo fare fatica ad affrontare situazioni lavorative, magari non riusciamo a prendere decisioni e a esprimere noi stessi.
Possiamo sentirci distratti, stanchi, spaventati, al punto che ci ritiriamo per avere un po' di pace.  Potremmo avere problemi nel sonno, essere emotivamente inquieti e sentirci soli. Questo stato d'animo, quando è intenso e prolungato, può sfociare in una rinuncia a vivere.
In psichiatria è nota la distinzione tra Depressione unipolare e bipolare. La prima è caratterizzata da un umore orientato in termini unicamente depressivi, la seconda dall'alternanza tra umore depresso e mania. La mania è quella manifestazione euforica, che può essere di diverso grado, relativa sia allo stato d'animo sia al comportamento di una persona.

Gli studi psicoanalitici, dalla fine dell'Ottocento fino ai nostri giorni, offrono a mio avviso una lettura importante, che argomenta in modo più complesso la definizione di depressione della psichiatria. 
Esiste un filone psicoanalitico tedesco e inglese, esteso anche in Italia a partire dalla fine degli anni Sessanta, che sostiene che entrare in uno stato depressivo di un certo tipo sia un passaggio evolutivo importante. 
Questo passaggio evolutivo implica l'annunciarsi dell'autonomia: il bambino intuisce che non è onnipotente e che l'amore dei suoi genitori non è esclusivo per lui; accanto a questo dolore riconosce che può contare su di sé e che ha un margine di libertà che prima gli era precluso. Proviamo ora a specificare meglio e più ampiamente questo discorso.

Se pensiamo al bambino molto piccolo, possiamo notare che gli è sufficiente piangere per ottenere ciò di cui ha bisogno. In una primissima fase di vita del bambino, è giusto che chi si occupa di lui soddisfi i suoi bisogni, poiché lui non lo può fare per conto suo. 
Un punto che bisogna tenere in considerazione, però, è che il bambino crede che basti esprimere una sua richiesta, al punto che riesce a soddisfare i suoi bisogni. Se chi si prende cura di lui è sufficientemente capace, saprà che il bambino ha fame oppure ha freddo oppure ha delle coliche e così via. Saprà come fare per soddisfarlo nei modi più giusti. Tuttavia, il bambino penserà magicamente che è il suo pianto, ad esempio, a consentirgli di mangiare. Penserà cioè di potere fare tutto, di essere cioè onnipotente.
Nel corso del suo sviluppo, chi si prende cura del bambino sa che a poco a poco dovrà frustrare le sue richieste, in modo tale che il bambino, crescendo, si adoperi da sé per soddisfare i suoi bisogni e trovare i propri modi per far fronte alla vita. 
Questa frustrazione è depressiva in modo corretto, potremmo dire che è evolutivamente depressiva. E questa depressione, che potremmo definire temporanea, deve assolutamente esserci. Attraverso questa depressione temporanea, attraverso la scoperta depressiva che i propri bisogni non possono essere sempre gratificati, il bambino ormai non più piccolo, capirà di non essere onnipotente e comincerà a trovare dei modi per occuparsi di sé. Questo tipo di depressione temporanea è la via per l'autonomia. 
Chi si prende cura del bambino, tuttavia, deve aiutarlo in questo sviluppo molto delicato e difficile, lo deve accompagnare, dosando sufficientemente bene presenza e assenza, gratificazione e frustrazione, rassicurando il bambino e lasciandolo libero di fare laddove possibile. Qualora questo non avvenga, si potrebbero verificare diversi scenari. In questa sede scelgo di menzionarne due. 

1. I
l bambino, sgomento per il dolore di non “essere tutto” per i suoi genitori o per le persone che si occupano di lui, che non lo aiutano in questo passaggio fondamentale, non riesce a reagire. Può sentirsi completamente impotente, abbandonato a se stesso, incapace di soddisfare i suoi bisogni più legittimi. Entra in uno stato depressivo non più evolutivo, ma prolungato. 
Solitamente lo vediamo negli adulti, in quelle situazioni in cui il mondo non è abitabile e le persone sono sopraffatte da un senso di rassegnata impotenza e paura. Le persone non sentono mai di essere protagoniste della loro vita e tendono a lasciare sempre il posto agli altri, non riuscendo a vedere mai il proprio valore e pensando di non avere una forza in sé per costruire un senso di appartenenza.

2. I
l bambino potrebbe restare nell'idea di essere onnipotente, negando il dolore di non “essere tutto” per i suoi genitori o per le persone che si occupano di lui, che non lo aiutano in questo passaggio fondamentale. Solitamente lo vediamo negli adulti, in quelle situazioni in cui una persona deve primeggiare e sentirsi grandiosa, senza entrare in relazione con gli altri se non per avere conferma di sé. Si tratta di situazioni in cui una persona può diventare anche aggressiva per poter tenere la sua maschera e raggiungere i suoi scopi. Senz'altro sono persone bisognose di potere, di controllo, di riconoscimenti affettivi. Esternamente affermate, internamente sole. 
Il bambino originariamente onnipotente mantiene questa idea nel suo sviluppo e non avviene il passaggio trasformativo della depressione temporanea, in cui il bambino diviene autonomo.

Ho la convinzione che da noi dipenda la possibilità di dare valore ai nostri bisogni e alle nostre emozioni. Per fare questo dobbiamo sentire di essere i protagonisti della nostra vita, dobbiamo sentire di poter esplorare il mondo con un certo grado di libertà, sentendoci autonomi. Perché questo avvenga, è necessario passare attraverso una depressione temporanea. 

Ci tengo a ricordare che la depressione non è solo tipica dello sviluppo del bambino. Questo stato d'animo si presenta a tutte le età, ogni volta che si vive una perdita, un rifiuto, una scoperta dolorosa.
Mi piace mutuare un termine che appartiene a una psicoanalisi fenomenologica - che vede il suo sviluppo a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, di cui in Italia tra i massimi esponenti fu Diego Napolitani - e coniare una definizione per me suggestiva della depressione temporanea, che corrisponde a una depressione creativa
La creatività, infatti, implica il riconoscimento di una mancanza o di una perdita, a partire dalle quali ognuno di noi si dispone a esplorare il mondo, si muove verso le cose e tra le cose intorno a sé, con curiosità e speranza. 

La creatività per me rappresenta una delle condizioni centrali di una psicoterapia psicoanalitica, attraverso cui si avvia un processo trasformativo di sé, affinché la persona possa emergere dal suo stato sopravvivenziale, finalmente riuscendo a esistere come soggetto che, facendo i conti con la realtà in cui vive, può scegliere con un margine di libertà il modo in cui ritiene più giusto vivere.
 
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sabato

Insonnia e sogni

a cura di Enrico de Sanctis

Spesso di pensa che dormire sia un momento di riposo. Questa è un'idea comune non del tutto vera, perché l'organismo ha un'intensa attività durante il sonno. Per questa ragione molti studiosi si continuano a interrogare sul senso del sonno, che non è soltanto un dolce far niente utile al ristoro e al recupero delle energie, dato che l'attività cerebrale è assolutamente presente.

Anche i primi studiosi di psicoanalisi, primo tra tutti Freud, avevano ipotizzato che il sonno non fosse soltanto un momento positivo. Gli psicoanalisti dei primi del novecento, infatti, sostenevano che il sonno allentava le difese psichiche dell'individuo, cosa assai pericolosa per l'omeostasi organica e psicologica.
All'epoca si diceva che a causa dell'indebolimento delle difese psichiche, ciò che era stato dimenticato perché troppo doloroso e pericoloso per la coscienza, rischiava di tornare alla luce. Questa dimenticanza, tecnicamente, era consentita dal più noto tra i meccanismi di difesa: la rimozione.
I teorici della psicoanalisi, in effetti, ebbero un'idea piuttosto creativa, sviluppata intorno all'attività onirica durante il sonno: essi dissero che proprio il sogno sarebbe servito a evitare che i contenuti rimossi venissero a galla, perché il sogno camuffa e distorce il contenuto originario doloroso, rendendolo incomprensibile alla coscienza.
Il sogno era considerato una specie di rebus, indecifrabile. Si diceva, perciò, che il sogno era a servizio della rimozione e, quindi, anche a protezione del sonno: nel caso in cui, infatti, l'individuo che dorme venisse a conoscenza dei contenuti che ha rimosso, si sveglierebbe immediatamente in preda a una forte inquietudine e a uno stato d'angoscia.
Grazie agli attuali studi neroscientifici, questa idea non può più essere ritenuta valida, nonostante la sua ingegnosità.
Oggi, infatti, si tende a dire l'esatto contrario: il sogno non è a servizio dell'omeostasi dell'organismo, ma è un momento di trasformazione creativa a servizio della rigenerazione dell'esperienza psichica dell'individuo.

In che fase del sonno si sogna?
Il sonno viene suddiviso in due ampie fasi generali, la non-REM e la REM.
Introduco subito la fase REM (anche se avviene dopo la non-REM) perché è questa la fase di grande importanza endogena di cui stiamo parlando, la fase in cui si sogna, la fase in cui l'organismo chiude le porte al mondo esterno e attiva un processo endogeno cerebrale di grande valore: avviene un'attività plastica sui sistemi neurali, che consente una riorganizzazione strutturale dell'esperienza. Questo vuol dire che sono proposte nuove associazioni delle reti neurali, che evidenziano la creatività della mente. Nella fase non-REM, invece, manca questa processualità, avendo essa come sua caratteristica un fisiologico mantenimento della stabilità dell'organizzazione cerebrale.
In sintesi potremmo dire che la fase non-REM è conservativa, mentre la fase REM sembra essere trasformativa.

Se abbiamo ricordato che gli psicoanalisti dei primi del novecento avevano detto l'esatto contrario, e cioè che il sogno era il modo di placare gli animi dell'individuo che emergevano dall'assenza del controllo tipico della veglia (rimozione), è pur vero che uno psicoanalista inglese degli anni cinquanta, di nome Bion, aveva già cominciato a riflettere su ciò che le attuali neuroscienze oggi ipotizzano attraverso le loro indagini e ricerche. Sognare, secondo Bion, era un'attività massimamente creativa e chi non sogna non ha la possibilità di un cambiamento vero e proprio di sé. L'assenza del sogno può essere correlata a un deficit della plasticità cerebrale e
può verificarsi quando lo stato creativo della mente è particolarmente osteggiato, compromesso o del tutto inattivo. In un certo senso, in parole semplici, potremmo anche dire che chi non sogna ha paura di esistere.
Questo punto di vista di Bion, pur essendo particolarmente datato, esprime ciò che le attuali ricerche neuroscientifiche testimoniano: il sogno non è a servizio della rimozione, ma al contrario, lacera la staticità dell'equilibrio psicobiologico dell'individuo.

In che modo questo breve discorso sui sogni può riguardare l'insonnia? Attraverso la mia esperienza teorica, e soprattutto di ricerca clinica, ho cominciato a domandarmi se la difficoltà a dormire possa essere legata alla necessità di evitare un cambiamento, alla necessità di proteggersi e di restare legati alle proprie abitudini. Un'ulteriore ricerca molto stimolante, infatti, è l'indagine sulla correlazione tra sognare e dormire, secondo cui l'insonnia potrebbe essere causata dalla necessità di evitare il sogno.

Dott. Enrico de Sanctis
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Intervista a Enrico de Sanctis sull'omosessualità

a cura di Enrico de Sanctis

Esistono diversi modelli e teorie psicologiche che studiano la sessualità dell'essere umano. L’American Psychological Association (APA), l'Associazione scientifica americana più riconosciuta in ambito psicologico, considera eterosessualità e omosessualità due forme normali della sessualità umana. La stessa Associazione sostiene che le forme della sessualità non sono così definite come la cultura vorrebbe continuamente proporre in modo inequivocabile. In accordo con l’APA, sono critico con tutto quel filone "psi" che, fino agli anni Settanta, considerava l’omosessualità una devianza da un presunto modello normale e unico di sviluppo sessuale e, oggi, in un modo o nell'altro, tenta di far rientrare dalla finestra ciò che allora ha fatto uscire dalla porta.

Anche un certo filone di teorie psicoanalitiche post-freudiane perdono qualsivoglia valore e senso quando si dispongono di fronte all'essere umano, peraltro carico della sua sofferenza, con criteri normativi che negano le forme esistenziali del vivere autentico. Le teorie psicoanalitiche, sopra tutte le altre, dovrebbero promuovere la libertà d'espressione e l'emancipazione dell'essere umano attraverso la conoscenza di sé e del mondo.

Quando, invece, lo psicologo si pone come il professionista che sa qual è il modo giusto per vivere e, in virtù di questo, dispensa consigli, cade nell'errore più elementare che può commettere, tipico di chi è agli inizi di questa professione o di chi è assoggettato alla cultura dominante e non si interroga sul senso della vita. La cinematografia, per fare un esempio, si serve di questa figura-burattino sottomessa al potere per enfatizzare, alle volte giustamente scimmiottare, il comportamento di quegli psicologi che consigliano ai loro pazienti di vivere in un certo modo, mentre sono loro per primi, ovviamente, a non riuscirci. Lo psicologo, invece, ha il compito di restituire al paziente la sua libertà, non di dargli nuove norme. Le stesse teorie che si pongono nei confronti del comportamento degli esseri umani definendo quale sia quello giusto e quello sbagliato, si impongono sulla persona, dimenticando la loro principale funzione, il loro vero valore. La loro applicazione clinica diventa tecnicistica, direttiva, autoritaria e alla fine controproducente, in quanto mortifica l'espressività esistenziale dell'essere umano.

Recentemente un noto psicoanalista francese, Jacques-Alain Miller, si è mosso contro un'ordinanza ministeriale che toglie allo psicologo proprio la sua autonomia vitale, al punto da definirlo "un agente di controllo sociale", che "obbedisce a dei protocolli, fa quello che gli viene detto, raccoglie dati". Questo agente di controllo, aggiungo io, parla per statistiche e annulla la singolarità e la soggettività dei suoi pazienti. Essendo un burattino non può far altro che imprigionare anche i suoi pazienti in un pezzo di legno inespressivo nelle mani di un burattinaio che ne detiene il potere e lo governa facendolo muovere a sua immagine e somiglianza: Miller definisce questa figura professionale "tecno-psi" (il suo articolo è presente nelle News del mio sito).

La psicoanalisi, dal mio punto di vista, deve mantenere rigorosamente il suo privilegio di porsi:
a) in modo riflessivo e interrogativo nei confronti dell’essere umano e della vita;
b) in modo decostruttivo dell'ordine socio-familiare, con le sue implicazioni affettive, in cui l'individuo è immerso, potremmo dire incarnato e da esso quasi del tutto dipendente.
All'interno di questo quasi - quindi all'interno di un piccolo spazio - la psicoanalisi può e deve muoversi, con l’obiettivo di dare al paziente gli strumenti per aprirsi a un mondo non più prestabilito, allo scopo di vivere in autonomia secondo il suo soggettivo e personale modo di espressione di sé, aldilà delle persone e delle norme che lo vorrebbero uguale a se stesse.

Nell'intervista si discutono temi quali l'origine della sessualità, la differenza tra maschile e femminile, la cultura normativa eterosessista, il grave falso dei cosiddetti interventi "riparativi", lo sviluppo affettivo del bambino che cresce in una famiglia non eterosessuale e altro. In particolar modo si pone l'accento sull'universalità dell'esperienza omosessuale e sulle differenze dello sviluppo dell'esperienza eterosessuale.

Per consultare l'intervista, cliccare qui.

Dott. Enrico de Sanctis
psicologo-psicoterapeuta
Via Canonica 63, 20154 Milano
Tel. 02.316096

Copyright © psicologo-milano.blogspot.com di Enrico de Sanctis



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